Ho disegnato il tuo nome sulle mie labbra.

Ho sciolto parole lungo le creste di seta, seguendo con il vento la cornice del tuo corpo, ho disegnato di treni e di addii, di labbra legate tra radici assetate di voglia.
Il tempo ha regolato le cadenze seminando ricordi e profumo francese, ho rapito gli attimi coltivandoli in attese.

Ancora un’altra fotografia scivola lungo il palmo segnando il cuore. Ti ho guardato a lungo ieri sera, chissà se lo sai. Ho seguito il sorriso e il colore della pelle, ho indugiato; sulle mani.
Le dita.
Di vetro.
Sempre.
Ricordi.

Orizzonti divergenti si sono inseguiti firmando il tuo sguardo sulla mia pelle. Parole scolpite e sorrisi ingoiati hanno lasciato soltanto silenzi.
Strano il pensiero, si accavalla e rotola cercando la giusta via, avvolge il gesto e trasforma il colore in luce. Rincorre segni lasciati cadere distrattamente e ne cerca il capo.

Gli occhi accesi e soli,
il tuo sorriso pieno,
le mani, perse
e quel vestito nero.

I passi che mi hanno accompagnato fin’ora, sembra vogliano tornare a quella prima volta, a quel primo singolo unico inizio.

Volto la clessidra.

Scioglierò parole lungo le creste di seta, seguendo con il vento la cornice del tuo corpo, disegnerò di treni e di addii, di labbra legate tra radici assetate di voglia.
Il tempo regolerà le cadenze seminando ricordi e profumo francese, rapirò gli attimi coltivandoli in attese e, disegnerò il tuo nome sulle mie labbra.



Miele di cristallo


- Desidera del vino, intanto?
- Sì grazie, mi porti la lista.
E’ da poco che aspetto, sono appena arrivato, il tavolo è nel posto adatto.
Ho fatto bene a prenotare, questo è il giusto angolo, caldo, distante da sguardi e confusione; non mi piace essere in mezzo al mondo, come un animale in un circo, sotto gli occhi assetati di tutti.
Ti aspetto.
Ti aspetterò.
Con calma.
Ti guarderò entrare appena varcherai la porta, con forza.
Voglio farti notare che ti aspetto, che ti desidero,
poi, dopo, mi alzerò e ti farò sedere, immagino che ti piaccia sapermi cavaliere.
Ti guarderò subito negli occhi, voglio rapirtene il colore, sicuramente avrai un vestito scollato, nero,
lo so,
perché
tu
sei
così.
Nera.
Lascerò cadere lo sguardo, lo spingerò a fondo attraverso la tua pelle; quante volte ne ho goduto, solo nel mio letto.
Quante ancora la spargerò sul petto tra le pareti di quella stanza, tra i ricordi appesi al muro come quadri del cuore;
ti sfiorerò la mano.
Voglio sentire il tuo calore, immaginare fin dove arriva, immaginare il tuo odore, la fragranza di ogni parte di te.
Ti aspetto adesso arriverai.
Il tuo profumo.
Lo sento dentro.
Il ricordo avvolge i sensi, il ventre,.
Ti prenderei qui su questo tavolo, come altre volte amore, come tutte quelle volte che la nostra pelle è diventata una;
lo so che lo vuoi, che vuoi sentirti mia, lo so me lo hai detto me lo hai gridato con forza in fondo agli occhi.
Voglio prenderti ti voglio adesso.
Voglio esserti dentro.
In mezzo a gli occhi di chi ci guarda.
Tra le orecchie di chi ci sente.
Voglio che ti sentano urlare il mio nome, voglio che sappiano che sei mia, che mi vuoi, che lo vuoi.
- Ecco la lista Signore.
- Grazie.
- Mi scusi ma è desiderato al telefono.
- Ho capito, lasci stare il vino.
- Come?
Una cascata di parole già dette e mai volute mie m’investe, mi bagni con il tuo scroscio di donna ferita, di amante mancata.
Clandestina del cuore mai.
Non sarai mai una donna a metà non mangerai mai ritagli di me, silenzi accennati veloci con strappi d’anima già fatti miei.
Non è reale, un amore in gocce.
Un vaso di cristallo cade e mille bellissime piccole schegge colorate si espandono.
Solo questo rimane.
Lo hai scritto sui muri del mondo il tuo male, urlato al vento affinché me lo portasse, gettato in fondo al mare con quel tuo sorriso fresco.
Quel sorriso straniero che mi ha sempre dato la voglia di averti.
Una goccia di miele per sciogliere il dolore.
E
un
sogno.
Ti avrei baciato,
con tocchi di seta avrei sfiorato i tuoi sensi come corde da pizzicare, fermandoti il respiro per nutrirti del mio.
Con le mie labbra ti avrei appagato l’anima.
Vedermi sul tuo corpo versarmi in te, raggiungerti in fondo al cuore trafiggendoci di voglia e passione.
Tenendoci tra le dita per sentirci scivolare via,
- guardami,
- amami.
è solo questo che avrei voluto,
è solo amore,
amore.

 




Il tuo sorriso il mare e le foglie stanche ad aspettare.

I passi si alternavano accesi lasciando strappi di ricordo come orme, il sole sfiorava con fare gentile le palpebre e tu socchiudevi gli occhi quasi a volerne trattenere la luce, non era fastidio. Delicatezza. Il profilo si stendeva liscio nei miei occhi e il tuo sorriso sottolineava il battito del cuore cadenzando il ritmo al soffio del respiro.
Pochi giorni prima, era stata la nostra sera.

Un tavolo lontano dagli occhi indiscreti e dai rumori di una città che non ci apparteneva, il vino l’avevi scelto tu, francese naturalmente.
Il tuo vestito nero.
Le mani.
I miei occhi.
Avevo atteso a lungo quel momento, in quell’istante ti avrei detto tutte quelle cose che pian piano nel tempo avevo messo in disparte pronte ad aspettarti in quell’occasione.
Silenzi,
emozioni,
parole mute.
Settembre ci accompagnava con lentezza osservandoci dalle grandi vetrate del ristorante, il mare lanciava il suo canto da lontano e la sua intonazione era ben accompagnata da qualche nuvola che scivolava sola. Gli occhi intanto facevano l’amore.
Odori e colori si confondevano come in un dipinto, la tua risata sottolineava quel momento.
Normalità.
Le ore si trasformarono e il tempo strappò ancora un’altra foglia per donarcela in ricordo.
Settembre.

Ti guardavo camminare mentre il sole si divertiva a seguirci, il mare ci accompagnava lento questa volta, la sua voce sembrava volesse rispettare il nostro ultimo giorno insieme a lui, tu correvi come una bambina e la sabbia si alzava come un velo dietro di te.
Gli occhi.
Le labbra.
Un’altra foglia caduta.
Le onde scandivano gli attimi e i momenti divennero istanti troppo brevi da poter essere assaporati a lungo, nuovi ricordi si aggrapparono agli occhi, nuovi tocchi bruciarono la pelle.
Nuove foglie ancora, immobili ad aspettare.




Di te del vento e della pioggia che ti riga gli occhi.

Un giorno scriverò di quando il vento prese i tuoi capelli per giocare tra la luce di quel mattino, di quando due mani si legavano come radici aggrappate al suolo in cerca di nuova linfa e pace. Di quando l’autunno che ci circondava si trasformava in estate assolata tra i palazzi di quella grande città sconosciuta al mio sguardo. Descriverò i tuoi occhi e le tue parentesi, i punti interrogativi di quando mi hai visto scendere da quel treno, piccole ampolle di desiderio e di conoscenza. Il tuo essere bambina assetata di sapere e, più tardi donna accecata. Un giorno lo scriverò.
Disegnerò la tua pelle su questo foglio cercando di farne trasparire la lucentezza, la tua geografia di onda, liscia e violenta. Affonderò lo sguardo tra i tuoi seni e il profilo sarà diamante, sarò banale sciogliendo semplici parole in gocce.

Rewind

Le foglie sfiorano il niente, avvolte in giorni di un grigio immobile, mi aspetti lo so; il freddo è pungente fuori, dentro si accavallano istanti che sono già memoria scolpiti in disparte in attesa d’essere ancora una volta vivi. Mi guardo intorno in cerca di un solo punto di riferimento ma ogni treno è uguale, punti comuni per occhi diversi. Il sogno prende forma nel riflesso del vetro e la velocità si accascia ai piedi; immobile, in attesa. Pochi istanti.
Il verde che seguiva lo sguardo lascia spazio a palazzi e cemento, il sole si affaccia saltuariamente lanciando occhiate compiaciute e calde, il treno rallenta; si ferma. È adesso.
I gradini
il cuore
l’attesa muta.
Il vento ti prende i capelli e per un attimo mi regala una fotografia ed un sorriso. I passi affondano tra le parole, gli occhi si toccano le mani incastrate al cuore si trovano. C’incamminiamo piano come se già fosse ben chiaro nella mente la destinazione.
Apparenza
paura
voglia.
Trattieni il respiro facendomi esplorare il cuore tra i monumenti di una città complice alle nostre anime, mi guidi attraverso le vie affollate sorridendo con il tuo accento straniero. Vezzo.
Trascini il pensiero alla nostra prima volta e sfiori la voglia di appartenerci. Chiusi in un quadro di apparente normalità affrontiamo gli sguardi curiosi di chi ci vede uniti e non saprà mai di noi.
Ho fame di te, della tua pelle liscia come un’onda, della tua fresca voglia di conoscenza, delle tue parentesi velate.
Leggi le cose non dette e ti stringi a me.
Il giorno trascorre lento, un ristorante in vista perché oggi è possibile, parole vere e nessun sussurro timoroso da un telefono troppo fragile per noi, un’altra parentesi si accavalla e scivola.
Vivi ci sfioriamo il cuore respirando odori immaginati tra lenzuola opache di un albergo clandestino, un altro quadro impresso sulla pelle, e gocce di pioggia a lacrimarti il viso.

Forward

Un giorno scriverò di quando il vento prese i tuoi capelli per giocare tra la luce di quel mattino, di quando due mani si legavano come radici aggrappate al suolo in cerca di nuova linfa e pace. Descriverò i tuoi occhi e le tue parentesi, piccole ampolle di desiderio. Un giorno scriverò di noi. Sarò banale sciogliendo semplici parole in gocce.
Un giorno scriverò che ti amo, ma non adesso; non ne sono capace.



Stagioni di vetro e noi

Un sorriso ed il giorno cominciò la sua vita, i docili passi ad accompagnare il respiro e quel tuo profumo di fragilità che mi pervase il corpo.
Perdevo gli attimi nei tuoi occhi,
mi guardavi,
ti respiravo.
Il treno in attesa fumante sbuffava la sua voglia di ferro e le tue mani gentili baciavano la mia pelle, la terra sotto le scarpe ci osservava in attesa fremente e scomposta in quella piccola stazione di periferia.
Tutto intorno; noi.
Dentro,
soli,
distanti.
Il sole aspettava il suo momento ed una leggera brezza oscillava tra le labbra ed il cuore, ancora fermo tra la seta dei tuoi occhi e il ricordo di due ombre distese in un’unica forma.
Schiudevamo piano il pensiero, tra brividi nudi e silenzi opposti all’incedere delle labbra ancora assetate di noi. In attesa gli occhi cercavano il confine dei corpi, nel riflesso di un giorno che andava stancamente chiudendo la nostra notte sulle onde di una luna lontana.
La voce,
il
tuo
odore.
I silenzi sfibrarono il tocco dell’ultimo unisono respiro e quel treno ci lasciò ancora una volta in attesa di essere noi.
Ferro tra le dita,
e
un segno in più sul cuore.
I giorni si accavallarono al tempo e i silenzi misero radici nell’anima lasciando aride distese di sabbia e sale. Le voci in alternanza di colori sfioravano il soffice ricordo di una sera e la pietra diventò giaciglio.
Il freddo divenne veste,
gli occhi
soli.
Minuti infiniti segnarono la pelle forgiando solchi di rimpianto tra le mani e mai nessun unguento lenì il nostro male. Trascorsero le stagioni e il vento levigò le rughe del cuore, il segno di quell’unico raggio di sole mi divenne memoria,
sfiorò gli istanti violati,
stracciò l’anima,
ci lasciò tra le mani solo la fragilità del nostro essere noi.

 



Arabeschi d’incenso e le mie parole.

Il fumo avvolgeva i corpi lambendo i profili intrecciati nel piacere. Gli occhi sconfitti ormai si adagiavano al tramonto di ciglia stanche, le mani sciolte nel volare vivevano di pelle sottile e fremiti scomposti.
Mi piace come mi tocchi.
Mi piace toccarti.


Ricordi.


Sorridevi.
Il cuore
lo sento;
come il sole si arrampica e chiede più spazio, percorre strade da dentro e violenta il silenzio che ha scavato giardini di niente intorno a me. I giorni hanno scalato il tempo lasciando corolle sfumate, quadri di luce sulla pelle. Ormai chiusa.
Vivo
di
ricordi.


Ieri.


Non c’è forza nelle parole vuote, in notti sfibrate dal bianco opaco della luna. Luna, passione di poeti innamorati. Sasso lontano.
Non abbiamo mai guardato le stelle.
Non abbiamo mai guardato.
Non abbiamo.
Il mare che non è più dentro di me innalza barriere di sale, si lascia cadere esausto sotto i colpi di una siccità di polpastrelli.
Toccami.
Pelle su pelle.


Io.


Alterno parole e scompongo riflessi, le ombre sul muro,
non
siamo,
noi.
Vivo di silenzi,
in silenzio
vivo.
Afferro vetri e intacco l’anima, sfregio stralci di presente con incenso fermo nella memoria, quello che amavi lasciare consumare insieme a noi.


Tu.


Quella foto

e

le mie parole.




Diamanti di rabbia e profumo francese.


Ti va di pranzare insieme?

In silenzio hai alzato gli occhi, lo sguardo si perdeva altrove dentro di te, uno sbuffo di fumo dalle mie labbra, un silenzio confuso dentro la pelle. Senza parlare mi hai sfiorato la mano, hai seguito le linee del palmo,
sono più lunghe di noi. Hai detto.
Il rumore del giorno mi ha aiutato ad inghiottire, ho alzato le spalle e chiuso la mano. Le dita di vetro intrappolate e felici, hai detto di sì.
Andiamo, va bene.
Sei fuoco, (dicevi).

Il sole affacciato a finestre d’azzurro seguiva quei passi scomposti, veloci. Le mani a quel punto più salde e feroci cercavano appigli, cercavano noi.
Ti piace, vuoi entrare?

Ricordo il sorriso.

Un tavolo, sedie ed anime appese, il pranzo ha lasciato un sapore di voci, abbiamo capito che il resto di noi avrebbe sfogliato tovaglie di seta. Respiri sottili e velluti di cuori, bicchieri arruffati, cuscini; poi.
L’odore di noi attraverso la stanza e il sole aggrappato a quel quadro sul muro, rintocchi leggeri e minuti spaiati, respiri affannati. Soli.

Occhi di rabbia.
Silenzi violati.

Ti amo.
Ti amo.

Reale il presente scendeva copioso, né quadri o rintocchi a fermare l’avvento, le dita di vetro più fredde e distanti aggrappate alla seta cercavano linee più lunghe e sicure. Più forti di noi.
Via.
Silenzio.

Una stella cadente, una luna sfiancata, per mesi l’assenza ha donato i suoi frutti, né gesti né voce a bendare il passato, soltanto il ricordo di un piccolo sogno. Nato(?).
Il gesto sfibrato lasciato cadere tra le mura stanche di una stanza comune, un ricordo violato da realtà appariscenti, reali, sicure di ombre arroccate. Telefoni muti dal troppo piacere, godere di noi del nostro volere.
Ti sbagli.
È paura.
Farsi del male.

Rivalse in disparte a drogare il futuro.

Amori minori,

e

profumo francese.




Blues di sorrisi e neve grigia d’estate

Il sorriso spesso confonde,
lèggere sulle labbra mature d’amore un sorriso, può farti credere che sia il tempo del raccolto, ma al momento di assaggiarne le sfumature ti rendi conto che ciò che hai è ancora troppo aspro, a volte troppo maturo; marcio.


Mi hai sfiorato per caso credo, o forse d’allora è stata una voglia, la tua. Ricordo il primo approccio delicato, carezze di pelle tra righe rosse e cosce tese, profumi striati ad incatenare il viso, accènti freschi e parole francesi.
Le mani.
Sottili.
Polpastrelli di velluto e sguardo acceso, incastri perfetti nella grammatica del piacere, l’arte del godere lessicale, il frutto che il tempo al di là di se stesso non ti potrà mai levare ed è questo il tuo giocar sublime. Immagini arcuate in calze di rete, pizzi di verbo e in sottile piacere anagrammi di cuore, maestra di niente tra rose di seta.

La neve cadeva lenta al di fuori di noi, tra il fumo delle parole trovava cuscini d’attese su cui versare il suo candore, mi parlavi con sorrisi accennati e promesse sfocate. Ti guardavo e m’innamoravo; lo vedevi.
Mi piace sapere come sei.
Mi fa paura il tuo scappare.
Il tuo volare via.

Il riflesso di un fiocco di neve sulla pelle scura è una perla grigia di sogni sfumati. L’arresa del sole alle nubi. Molte donne hanno paura del loro piacere, della voglia che vibra e scioglie il calore in venire, ma non tu. Mai.
Per te è come un gioco ad incastro, un puzzle di sensazioni perfette e violate, velate, volute.
Tu sei fuoco. (Dicevi).
La neve ci copre, ed è semplice estate.
Conosco il tuo profumo.

Le ferie d’agosto, attese con impazienza e preparate a dispetto di ogni minimo imprevisto, distanti l’uno dall’altra come sempre come d’abitudine, ma d’altronde non siamo mai stati uno in uno.
Vita privata.
Familiare.
La sabbia sfiorava la mia pelle scaldando i brividi e avvolgendo domande cui non avresti risposto, la penna si alternava tra il foglio e le labbra. Le mie. Il sale sfiorava la memoria cercando sfogo tra le crepe dell’anima, ma il silenzio cresceva e tracciando solchi tornava a te.
Un altro giorno vuoto.
Un’onda in più sulla riva.

Sgranando granelli a ritroso ho ritrovato quella foto sbiadita negli occhi e sfumata di bruno. I tuoi capelli. Schegge scure di parole rubate sorrisi scomposti ancor poco maturi. Dicevi che il tempo avrebbe dato riparo a parole scremate e ricordi sfogliati. Dicevi.

Intanto muovevi la lingua per il suo piacere.
Inarcando il corpo afferravi le sue dita con la tua pelle, le tue labbra lo so; ritmavano il suo godere. Adesso, prendimi adesso.


Conosco il tuo sguardo e il sapore che ha.
Adesso ti sento,

ti sento,

ti sento.

Sei neve macchiata,
un altro letto disfatto.

 



Del sapore della tua pelle


Dissolvenza di visi
su frastagliati profili distanti,
gocce d’estasi a mitigare il male.
Sfiorando i cardini dell’anima
accosto l’uscio e lieve fessura inonda
di profumata brina il tuo venire,
osservo l’esitante splendore del tramonto,
e la tua pelle, che mi conserva.



Del tuo sapore


Scende il silenzio misto a brina,
sciogliendo occhi stanchi avvolge.
Di nuove notti sarò ribelle
e lune appese grideranno il tuo profilo.
Trattengo l’odore del tuo sorriso,
e mi disseto;
della tua pelle.




Chiara è la luce


Di sfibrate attese,
il tempo ha eretto mura opache,
ma dal silenzio affiora il tuo vibrare.
Sfogliando l’argine dell’anima
arresto il passo, Chiara è la luce e inonda,
di profumate note il mio profilo,
dolce sfiorare il tuo piccolo grido,
e vesto il giorno; della tua pelle.



Cuore d'asfalto


Le luci piangono il mio passare
arrese al giorno chiudono il tempo.
Pozze d’aria si alternano sotto scarpe vuote,
proseguo ancora lungo l’argine del cuore
osservando l’avanzare del tuo nome.
Una piena mi prende.
Testimone cieco l’asfalto muto
mi osserva dal basso,
contorce bocche e desideri
fermando il sogno.

 



Resoconto d’anima

Profondo lo spacco d’anima, di grigio intenso è terra di caos;
noia di vita incolore su marmi e sfarzo tra nuovi eroi.
Non puoi respirare il tempo espiando giorni d’inutili ore;
dietro le sbarre, indomito, un cuore grida il suo tepore;
ma braccia lontane non giungeranno in tempo,
afferrerà il rimorso quella bocca leggera
piangendo in gola spine di sangue.

Lucida è la strada del corpo violato
da clessidre di gelidi “mai” tra sabbie ardenti di inutili “adesso”;
stracciando voglie troverai il pensiero avvolto in spire,
ed ogni istante gocciolerà via.

 



Vuoto d’anima

Soffia il volgere dell’Ade,
intreccia steli di schegge e luce;
racchiuso informe, dilata il tempo del mai;
riverso oltre lo sguardo, freme al contatto
sfiorando l’anima per farla sua.
Strugge semi e germogli arditi
rincorre il giorno;
in altra notte.

Caronte scioglie l’ultimo nodo
svolgendo il respiro in occhi spenti.
Cuore impavido oltre mare
muto tra le mani.
Afoni versi su carta urlante,
crepe di fango su terre di pelle.

Ed è, vuoto.

 



Quel giorno che uccisi dio.


I giorni sembrano interminabili, i minuti si espandono con semplice lentezza opacizzati dai rumori inconfondibili di questa vecchia radio. Sicuramente i capoccioni hanno già deciso il giorno ma probabilmente non è ancora il caso d’informarci. (Solo dopo ci dissero che era stato per il nostro bene, sì, nel nostro interesse).
Non ricordo nemmeno più da quanto tempo ci troviamo su quest’isola, qui a Tinian il tempo passa a stento tra esercitazioni e tensione. Ne sappiamo poco di quello che dobbiamo fare, a parte continuare a colpire quei piccoli bersagli da oltre novemila metri d’altezza a quella velocità stratosferica per le nostre abitudini, cinquecento chilometri orari. I puntatori; noi puntatori, siamo sottoposti a questo strano addestramento, non c’è nessuno nella base che sappia il motivo di tutto questo e che cosa dovremmo andare a fare. Ci addestriamo e basta, senza troppe domande. Facciamo tutti parte del 509°, il colonnello Tibbets ha esaminato ogni singolo uomo prima di farci arrivare qui, siamo l’élite di questa grande macchina da guerra. Abbiamo una missione da compiere questo lo sappiamo e sappiamo anche che l’equipaggio finale sarà formato direttamente dal colonnello dopo gli esiti di questi mesi di addestramento.
Ho portato a termine sessantaquattro missioni nei cieli di tutta Europa prima di essere chiamato qui, è una “dote” notevole questa da portarsi dietro, calcolando che in media per chi svolge il mio mestiere il massimo di attacchi prima di essere colpiti è di una decina, mentre i più fortunati, quelli che non vengono tirati giù, dopo venticinque voli tornano a casa “abbattuti” dentro. Io sono un tipo tranquillo e continuo sulla mia strada.
Alcuni giorni fa’ abbiamo visto attraccare l’Indianapolis, credo che abbia consegnato qualcosa d’importante per la missione, ma com’è naturale non si parla di questo. Il tempo scivola via caldo in questi primi giorni d’agosto.

“Mamma, oggi con la signora maestra abbiamo parlato della guerra, ci ha detto che gli aeroplani buttano le bombe solo su Tokyo e che ormai non esiste più come città. E’ vero mamma?
Ci ha detto anche che se sentiamo suonare le sirene dobbiamo andare a nasconderci nei rifugi che ci sono in città. E’ vero mamma?
Mamma, alla signora maestra ho detto che domani è il mio compleanno, e che non voglio andare a scuola, posso rimanere a casa mamma?
Posso?”
“Domani decidiamo piccola mia adesso sbrigati, che dobbiamo uscire per fare un po’ di spesa. Tra poco torna tuo padre e dobbiamo fargli trovare da mangiare.”

Tibbets ci ha annunciato che questa sera ci sarà un rapporto speciale, forse si avvicina il giorno. Siamo tutti molto impegnati a controllare le nostre attrezzature; ancora non sappiamo chi di noi partirà ma nel frattempo dobbiamo metterci avanti. Vivere in quelle fortezze volanti non è una cosa consigliabile, quando hai il supporto dei caccia sei un po’ più tranquillo, anche se questi bestioni sono un bel boccone da tirare giù e spesso e volentieri si torna decimati dalle missioni, ma ultimamente le cose sono cambiate, la contraerea Giapponese non esiste più o quasi, però è sempre meglio stare attenti e tenere i nostri B-29 tirati a lucido e ben funzionanti.
Superfortezze volanti, le chiamiamo così ormai, i Giapponesi preferiscono “B-San” (Signor B) oppure nella loro lingua “Bi-ni-ju-ku” che non significa altro che B-29.
E’ stato costruito da un anno, ha un’apertura alare di circa 43 metri ed è lungo più di 30. Già, proprio una superfortezza volante.

“Bene signori, vi ho convocato perché la missione per la quale vi siete addestrati in questi mesi è stata confermata; partiremo domani mattina. L’equipaggio scelto sarà così composto:
Lewis, secondo pilota.
Stiborik, radarista.
Parsons, Jeppson e Beser, montatori dell’ordigno.
Ferebee, puntatore.
Van Kirk, navigatore.
Nelson, radiotelegrafista.
Shumart e Duzembury, elettricisti.
Caron, mitragliere.
Io, sarò il primo pilota.
Partiremo questa notte, appena il maggiore Eatherly che ci precederà come osservatore, ci farà sapere le condizioni meteorologiche, i possibili bersagli sono quattro, ma solo uno sarà colpito, dipende tutto dal tempo.
Adesso parliamo della missione, trasporteremo un nuovo ordigno, che c’è stato consegnato dall’incrociatore Indianapolis come avrete avuto modo di vedere; non assomiglia proprio ad un ordigno classico ma sono sicuro che saprà svolgere fino in fondo il compito che le è stato assegnato, i militari l’hanno soprannominata “Little Boy”, vedremo cosa saprà fare il nostro piccolo ragazzo. E’ tutto signori, tenetevi pronti.”
Bene, io sarò il puntatore e con questa saranno sessantacinque le missioni. Adesso è meglio che metta a punto l’attrezzatura così non ci sarà pericolo che il “ragazzino” possa cadere nel posto sbagliato.

“Forza sbrigati, vai a lavarti e poi subito a dormire.”
“Sì mamma, faccio presto.”

“Che ore sono Parsons?”
“Le tre meno un quarto Ferebee, il maggiore Eatherly è partito da circa un’ora con lo Straight Flush pieno d’attrezzatura meteorologica.”
“Mi faccio un pisolino mentre raggiungiamo il punto, ho passato la notte sveglio, tanto sono sicuro che sarà un viaggio rilassante, la contraerea non esiste quasi più ormai. Svegliatemi quando è il momento.”

“Colonnello Tibbets!”
“Dimmi Nelson”
“Lo Straight Flush vuole comunicare con noi, ecco: Stato del cielo a Kokura: coperto. A Yokohama: coperto. A Nagasaki: coperto. A Hiroshima: quasi sereno. Visibilità dieci miglia, due decimi di copertura alla quota di tredicimila piedi. Ha trasmesso le coordinate.”
“Bene Nelson, è Hiroshima. Svegliate Ferebee e armate l’ordigno.”

“Mamma, mamma che cosa succede, perché ci sono le sirene?”
“Non preoccuparti piccola è il cessato allarme, è passato un aereo ma era molto in alto, non preoccuparti, adesso però alzati sono le sette e trenta devi andare a scuola.”
“Ma mamma oggi è il mio compleanno, posso rimanere a casa? Dai mamma posso?”
“No piccola mia, dai preparati.”

“Svegliatelo.”
“Il ragazzo è pronto Ferebee!”
“Bene!”
Adesso tocca a me, dov’è il libro degli ordini, eccolo, allora; dice di colpire il ponte di Aioi, dobbiamo risalire il fiume dal porto e trovare il ponte a “T”.
Eccolo, ho trovato il fiume.
“Trovato, tienilo stabile adesso”
“Roger Ferebee, l’Enola Gay lo comandi tu adesso. Pronti a virare al tuo comando.”

“Mamma, mamma, che cos’è quel puntino lì in alto?”
“Sarà un altro aereo che è venuto a fare delle fotografie, non devi preoccuparti, lo senti che le sirene non suonano”
“Mamma chissà se mi vedono da lassù, oggi è il mio compleanno, ciao, ciao, oggi è il 6 Agosto 1945.”

“Andato, puoi virare.”


Forse, uccisi dio quel giorno.